Mi riesce difficile parlare di qualcosa che non sia l’Italia, Berlusconi, il macello economico europeo.. insomma, voi avete capito che cosa intendo. In questi ultimi due giorni, poi, anche qui negli States gli occhi sono puntati tutti sull’Italia. La domanda più frequente è: crolla pure lei? E se crolla lei a noi che capiterà? Ieri sono stata al “Symposium on Global Economics” del think tank Council on Foreign Relations e chiaramente si è parlato della situazione italiana arrivando a poche conclusioni perché “non siamo ancora sicuri che Berlusconi se ne vada davvero”. In quanto rappresentante del prossimo insalvabile ‘Pigs’ mi sentivo a mio agio come un cane in chiesa. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che alla fine del simposio, davanti a un succulento banchetto in compagnia di attempati avvocati, prestigiosi professori esperti di affari esteri e gente che per motivi commerciali o di consulenza ha viaggiato parecchio, per la seconda volta in un mese mi è stato chiesto: “Ma anche da voi ci sono stati scontri e proteste come in Grecia?” . Oltre un mese fa al Middle East Forum, think tank molto filo-israeliano, mi era stata posta la stessa domanda e, lasciando tutti con le forchette a mezz’aria e le bocche spalancate, avevo risposto: “No, ma un po’ di rivoluzione non guasterebbe”. Non certo una risposta rassicurante per chi guarda con timore alla Primavera araba. Qualche settimana dopo anche l’Italia ha avuto i suoi scontri, i black bloc che stranamente non si erano ancora fatti sentire, e quasi quasi “ci scappava il morto”. No, non era questa la rivoluzione che intendevo.
Ciò che vorrei vedere è un po’ più di resilienza. Un movimento continuo di protesta per dire: le cose così non vanno, bisogna fare qualcosa. E continuare a insistere con la tenacia di un moccioso piagnuccolante che come un trapano distrugge i timpani dei genitori costringendoli alla resa di fronte ai suoi capricci. Ma i nostri, quelli della mia generazione e di quelle dopo di me, non sono capricci. Noi siamo piuttosto coloro che – rubo la splendida metafora a un articolo che ho letto sul New York Magazine – si ritrovano a raccogliere i cocci e a svuotare i portaceneri di un party che non ci appartiene, una di quelle feste di cui hanno goduto quegli adulti che ci costringevano a sbirciarli mentre ce ne stavamo seduti in piagiama sulle scale invece che rimanere buoni a letto sognando su un futuro che non avremo probabilmente mai. Rendo l’idea?
E allora, a un certo punto, ho girato la domanda ai miei illustri commensali: e voi invece che ne pensate della vostra protesta sottocasa, Occupy Wall Street? Mi hanno sorpreso. Il signor Pettibone, avvocato con 35 anni di esperienza in commercio Usa-Russia, mi ha detto: “Mi stupisce che la gente non sia scesa in piazza prima a protestare. Da oltre un anno ormai si parlava dell’incolmabile gap tra il 99 e l’1%, tra super ricchi e classe media sempre più in difficoltà”. Dall’altra parte del tavolo, davanti a due sandwich molto fancy, interviene il Signor Sacks, esperto di micro finanza: “Dovrebbero però leggersi ‘Poor People’s Movement’ di Frances Fox Piven, un gran libro che spiega come e perché i movimenti senza leader e senza scopi precisi sono destinati a fallire”. Insospettabili sostenitori di OWS.
Il Signor Sacks ha ragione e l’altro ieri lo scriveva anche Thomas Friedman sul New York Times: senza scopi precisi non si fa tanta strada. Tuttavia, è incredibile come Occupy, questo serpentone incazzato che pur senza una testa sta scivolando con le sue squame attraverso le vie e le piazze di città americane sempre più numerose, continui a muoversi e a ingrossarsi catturando anche discrete percentuali di popolarità. E soprattutto: si sta dando un’organizzazione ammirevole. Anche senza leader.
Il primo giorno in cui ero andata a vedere questo movimento, che altro non sembrava che una semplice protesta di pochi giorni, mi ero ritrovata davanti a un gruppo di gente disparata al centro di questa piazzola alberata, Zuccotti Park. C’era di tutto, dagli stupdenti, al movimento dei filippini, i pensionati, i disoccupati, i licenziati… Urlavano una sorta di passaparola perché non potevano usare i megafoni. “Con chi posso parlare’” chiedevo. “Ce l’avete un leader?” “No” mi rispondevano perplessi quasi prendessero coscienza solo in quel momento del fatto che nessuno li stava guidando. La polizia gli stava attorno, pronta a ringhiare e a mordere. Oggi hanno un loro giornale, una biblioteca, una cucina che serve cibo gratis, un loro giornale, un centro media. Ma ancora nessun leader. Ma in fondo, mi chiedo, ce n’è davvero bisogno? Mi sembra che cammini molto bene anche senza testa.
E per darvene un esempio ora vi voglio fare vedere un pezzetto di questa organizzazione. Quella della pulizia. Cosa non trascurabile perché è proprio su questo argomento che potrebbe giocarsi la sopravvivenza di OWS, soprattutto dopo che il sindaco Bloomberg ha fermato in extremis un clean up, una pulizia che sembra più uno sgombero, che lui stesso aveva ordinato. Per non parlare dei ‘vicini’: negozianti e abitanti della zona sono tutt’altro che felici del trambusto che la situazione ha creto. Parlo dei tamburi che risuonano quasi tutto il giorno, le transenne, tutta questa gente che bivacca nel parco e i media che, dall’indifferenza iniziale, ora campeggiano giorno e notte con i loro van ai confini del mondo OWS.
Finalmente Holly sta imparando a usare il video e così, grazie a queste immagini, vi porterò nel cuore di Zuccotti Park insieme a Matt, uno degli addetti alla pulizia. VIDEO – MATT E LA PULIZIA A ZUCCOTTI PARK
